I primi 750 km circa sono stati un lungo riscaldamento in attesa di intraprendere la seconda fase del viaggio verso gli sconfinati FLATS dell’ Alaska e il remoto Porcupine.

Il fiume fin qua si è già radicalmente trasformato tre volte. Da Whitehorse a Hootalinqua lo Yukon scorre tra canion meravigliosi e in un letto piuttosto stretto, con una corrente che aumenta progressivamente in proporzione all’ampiezza del fiume stesso che si unisce prima al Telsin e poi, per l’ennesima trasformazione, con il White River.

Quest’ultimo trascina un’infinità di detriti glaciali dalle montagne, nonchè una gran quantità di tronchi, che ne colorano l’acqua di grigio e marrone. Chi vi ha detto che nello Yukon è impossibile trovare un Log Jam non ha sicuramente attraversato questo tratto di fiume.


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Qua è tutto un ribollire di fango e sabbia e, specialmente quest’anno che ha nevicato poco, è facile che si formino delle secche su cui si arenano alberi enormi con tanto di radici. A volte mi trovo a remare tra labirinti di correnti e isole, in cui il fiume scorre su livelli diversi.

E’ impressionante ritrovarsi come su una piramide d’acqua, in prossimità dell’incontro tra più correnti, con velocità e masse diverse.

Dall’osservazione di questo fenomeno sono anche abbastanza certo di aver capito cosa è successo a Bonatti quando, appesantita la canoa con dei sassi per contrastare il vento, è rimasto prigioniero di un gorgo, vivendo un brutto quarto d’ora.

Il suo problema inizialmente, proprio come me, era il vento. E’ vero che si deve zavorrare la prua per “pescare” meglio le correnti, ma è anche vero che se si esagera, se ne può rimanere imprigionati. Bonatti quindi ha probabilmente caricato una sessantina di kg di sassi per bilanciare il proprio peso e ha cominciato a costeggiare, come si fa di solito in caso di vento forte. Il problema, ed è una cosa che ho capito a mie spese, è che se non si è lontani dalle isole, la corrente comincia a scorrere nel canale che le separa dalla riva e ti risucchia (questo avviene anche nelle grandi anse e nelle gigantesche morte che esse generano).

Quando il fondale è meno profondo questo fenomeno genera dei grossi gorghi che si possono tagliare facilmente remando, ma generano una discreta turbolenza che la prua sente in modo particolare. Se volete lasciare scorrere la barca, potete rimanere a girare in tondo per ore, e osservare il fenomeno… fino a vomitare.

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Una delle grandi differenze con l’esperienza di Walter è sicuramente la presenza di “punti di ristoro” per paddlers, che si trovano in media ogni cento chilometri. Generalmente sono solo delle radure con un tavolino e una Outhouse (latrina chiusa, evoluzione pulita e organizzata di quello che potete trovare nelle zone remote della Russia o in Africa o ovunque non ci sia una fognatura), ma capita che un ex villaggio di nativi (come Minto) diventi una piccola fonte di businness con tanto di fornitura di caffè, torte o addirittura cheesburger.

In questi chilometri, più soggetti a traffico di tour guidati per turisti (tedeschi, australiani e giapponesi in primis), mi capita spesso che i gestori dei punti di ristoro mi chiedano “hey, hai mica visto un gruppo di sette canoe con tedeschi? Dovrebbero arrivare qua domani per pranzo”. Per una questione di sicurezza nonchè di cortesia, mi premuro sempre di contare persone e canoe che incontro e annotare se hanno problemi o meno. Il passaparola è l’unica forma certa di controllo del traffico sul fiume e, in caso di incidenti, una fonte di informazioni per il Search and Rescue. Le guide ufficiali tuttavia, hanno la buona abitudine di avere dei telefoni satellitari e, spesso, anche lo spot. Lo Yukon è un’autostrada d’acqua, che mette in comunicazione due grandi Paesi e, seppur remota, ha una sua vita, i suoi abitanti e le sue leggi. Leggi più simili a quelle del Far West, ma pur sempre leggi.

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Mi attendono ora dei giorni di preparazione e riorganizzazione dell’attrezzatura e di Rossana. L’Alaska è vicina e presto entrerò nei flats, qiundi dovrò prepararmi per temperature più rigide e vento più forte, nonchè luoghi più remoti e desolati. Il Porcupine sarà una bella sfida, ma appunto, prima entriamo in Alaska.