Viaggiare verso Est non è stato semplice. Di questi incredibili 16.000 km in autostop (9000km dei quali solo del viaggio di ritorno) ben 6000km sono risultati un lento susseguirsi di passaggi corti e di notti passate a dormire vicino ai camion in sosta o con la testa poggiata su un tavolino di un fast food.

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I “flussi” qua vanno più verso ovest solitamente, da fine aprile a settembre, per questo mi preoccupava il fatto di attraversare l’Ontario, poiché è una provincia enorme e, per attraversarla, ci vogliono venti ore di auto, dal confine ovest a Toronto. Figurarsi con passaggi brevi…

Fortunatamente, dopo la notte in un McDonald’s a Regina e le innumerevoli ore bloccato a Winnipeg, ho trovato il passaggio risolutivo. Era un tizio piuttosto “particolare”, un camionista dell’Alberta in vacanza, con l’abitudine di farsi una bonga ogni ora, guidando senza cintura, oltre i limiti di velocità e spesso bevendo birra. Strano per un camionista canadese, seppure in vacanza. La cosa che più mi intimoriva era la quantità di marijuana che portava in una busta di plastica sotto al sedile. In Italia ci avrebbero buttato dentro di sicuro, se ci avessero fermato. Qua magari no, ma di un ennesimo interrogatorio a soli 1700km da “casa”, non avevo proprio voglia.

Mentre la BC era in fiamme, Alberta e Sasketchwan riarse, l’Ontario è ora piuttosto umido e ventilato.

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Ad accogliermi al mio arrivo, a Yorkdale (Toronto), la famiglia Pellerito, gli amici conosciuti l’anno scorso, quando tutto questo sembrava ancora un sogno irrealizzabile.
Improvvisamente è tutto finito. Sono riuscito a vivere l’avventura che desideravo, con tanti imprevisti e cambiamenti di rotta, e la solita domanda torna ora bussare: “che fare domani?”.
Sento già il forte contrasto tra la felicità del rientro e la malinconia del non essere più in strada o sul fiume, quando la mattina non sapevo chi o cosa avrei incontrato sul mio percorso, o dove bastava seguire la corrente per trovare un’isola deserta sulla quale riposare, ascoltando il canto del lupo o del coyote. Ma alla fine è giusto così. È una malinconia che conosco… è “the yukon blues”.