IN MARE NON SI ABBANDONA NESSUNO

Quando lavoravo in liguria come bagnino io e i miei colleghi abbiamo tirato fuori dal mare mosso decine di persone ogni estate. Tre o quattro volte ci stavamo restando secchi pure noi, eppure proprio quelle volte i “salvati” non ci hanno neanche ringraziato.

Ma a noi hanno insegnato che IN MARE NON SI ABBANDONA NESSUNO.

Riportavamo a terra il milanese imbruttito in balia delle onde del libeccio che, una volta in spiaggia, ancora verde di paura ci diceva “e comunque ce la facevo anche da solo, figa”. E poi vomitava tutto il mare che s’era bevuto.

E vabe.

Riportavamo a terra i magrebini che entravano in acqua con i braccioli (con due metri di onda) e che rischiavano di finire in Corsica.

Li riportavamo a riva, loro ripetevano tre o quattro preghiere in arabo. E poi rientravano in acqua…

E vabe.

Salvavamo dalla risacca anche i “grandi nuotatori” piemontesi, con la mutina tecnica da 200 euro, che a poco morivano nei mulinelli del molo. Una volta a riva di solito dicevano “eh ma io sono fortissimo…in piscina”.

E vabe.

Anche i tedeschi dicevano la stessa cosa, più o meno.

Questa era tutta gente che entrava in acqua dalla spiaggia libera, che “legalmente parlando non è di nostra competenza”.

Ma noi sapevamo che IN MARE NON SI ABBANDONA NESSUNO ed entravamo lo stesso.

La cosa peggiore, una volta rientrati a terra con i piedi tagliati dagli scogli, con gli occhi rossi e le gambe dure dallo sforzo, era ascoltare i commenti della gente.

“Eh ma dovevate nuotare dritti verso di là, facevate prima”, oppure “dovevate lasciarlo annegare, con un mare così forse si voleva suicidare?”. O peggio “ma perché andate a fare i salvataggi nella spiaggia accanto, non ce li hanno i bagnini? Lasciateli a loro!”

Gente che parlava del nostro salvataggio con il culo asciutto e il drink in mano.

Parlavano quelli delle crociere in barca (i fenomeni che appena sale il mare spariscono sottocoperta), quelli che “eh, io quando ero bagnino me le scopavo tutte”, quelli che si commuovono guardando Dumbo e postano sui social le foto del loro bel culo al mare con tatuato in cinese l’aforisma di uno di cui non hanno mai letto un libro.

Poi partivano a giro i grandi avvocati, i sapientoni delle leggi marinaresche del cazzo, quelli che “eh però se muore in libera alla fine mica è colpa tua, ce lo potevi lasciare! Chi te lo fa fare?”.

Noi, ancora in botta di adrenalina, fradici e storditi, dicevamo “eh vabe” e tornavamo al lavoro, a dare lettini ai bagnanti che ci pagavano lo stipendio, inclusi quelli che dicevano minchiate. Noi abbiamo imparato a fare diversamente.

Renato, il mio capo ai Lido Azzurro di Albisola Superiore, che ha girato il mondo per mare, mi ha insegnato al primo giorno di lavoro con lui: “qua si prendono tutti in mare, gli amici, i ladri, gli stronzi, quello che si è scopato tua moglie. 

Tu prima lo tiri fuori e poi se è il caso a terra gli dici che è un cretino. Quando sei arrivato a terra le cose sono sempre diverse. A terra se la vedranno quelli dell’ambulanza, la polizia, le pompe funebri, la sua famiglia, ma tu intanto lo tiri fuori e fai il tuo lavoro. Punto.

Qua la gente la riportiamo a terra, perché noi lo sappiamo cosa significa stare là in mezzo alle onde e vedere la terra lontana”.

E aveva ragione, perché IN MARE NON SI ABBANDONA NESSUNO.