La nostra ultima (quarta) spedizione in Amazzonia si è appena conclusa ed è stata, dal punto di vista logistico e produttivo, un incubo.
Di solito io e Francesco Magistrali, anche in Amazzonia, lavoriamo con mesi di anticipo sui contatti in loco e sulla programmazione. Questa volta però, nonostante la preparazione, è stato tutto un delirio: un divenire continuo, un inseguimento costante dei protagonisti del documentario su Vanda Witoto.
Partiamo dalla logistica.
Fino al giorno della partenza dall’Italia non siamo riusciti ad avere informazioni certe sulle partenze dei battelli e delle lance da Manaus ad Amaturá, la nostra destinazione quasi finale.
Di solito è Francesco a gestire questo aspetto: sul Rio Negro conosce ormai anche i comandanti dei barconi e sa in anticipo orari, prezzi e tempi di percorrenza. Sul Rio delle Amazzoni (o Solimões, come lo chiamano i locals brasiliani), invece, ci siamo dovuti affidare ai nostri contatti a Manaus, vicini alla famiglia di Vanda.
Questo non ha portato però a risultati chiari in termini di informazioni su orari, prezzi e tempi di percorrenza.
Arrivati a Manaus abbiamo quindi dato priorità a questo tema che può sembrare banale, ma Amaturá dista circa 1400 km e servono dalle 30 ore ai 5 giorni di navigazione solo per arrivarci. Se il viaggio dura 5 giorni e le barche partono una o due volte a settimana, con quattro biglietti aerei da incastrare sulle date, è evidente che non si può improvvisare più di tanto.

Considerando che gran parte della produzione era pianificata nella comunità di Colônia, a circa due ore di barca da Amaturá, dovevamo capire quanti giorni effettivi di riprese con Vanda avremmo potuto davvero fare, avendo un tempo totale a disposizione di circa 20 giorni.
Una volta a Manaus, abbiamo capito che (come tante altre volte) l’unico modo per avere informazioni affidabili era fare le cose all’antica: andare fisicamente al botteghino della compagnia al porto.
Lì abbiamo scoperto che le lance partono quotidianamente e che i battelli sono più frequenti di quanto ci fosse stato detto online.
Orari che però, a volte, cambiano.
Altro problema: i programmi giornalieri degli intervistati erano in continuo cambiamento e noi non potevamo farci nulla.
Nonostante il briefing fatto con i protagonisti del film — su cosa volevamo girare, sui tempi a disposizione e sulle priorità — i loro programmi hanno seguito quasi esclusivamente esigenze personali più che produttive. Le nostre priorità sono state raramente considerate tali. Almeno questa è stata la mia percezione.
Immaginate di essere una troupe di quattro persone e di prenotare un’intervista alle 17 con una persona fondamentale per il documentario. Alle 16 l’intervistato sparisce. Poco dopo scopriamo che sta organizzando un meeting con la sua gente per le 19 e che quindi dovrà passare il pomeriggio in paese, non nella location concordata.
L’intervista si riesce comunque a fare, ma tra mille problemi: una location inadatta dal punto di vista audio, il continuo traffico di natanti sul fiume e le visite costanti dei locals. A peggiorare le cose ci si mette anche il weekend in cui tutto il villaggio fa festa per Santa Lucia. Fare festa significa musica ad alto volume a tutte le ore, persone ubriache e moleste in giro per Amaturà, risse notturne tra persone, ma anche tra cani. La nostra percezione di senso di sicurezza generale è, per la prima volta dall’inizio delle spedizioni in Amazzonia, calato improvvisamente, dato che ormai tutti sapevano dove abitavamo in paese e che qualche isolato più a ovest avevamo una comunità di drogatelli locali.

Per la vita a Colonia invece nonostante le zanzare, assenza di WC, navigazione pericolosa sul fiume — ci siamo arrangiati.
Non avremmo potuto desiderare un’immersione più profonda di questa nelle comunità Witoto del Rio delle Amazzoni.
Dipendere dai locals comunque questa volta è stato più frustrante del solito.
Se siamo “sopravvissuti” è stato perché eravamo una produzione abituata a lavorare in condizioni mutevoli, ottimizzando i tempi e prendendo il meglio di ogni giornata.
Tornerò in Amazzonia a breve? No.
Il progetto charity che stiamo portando avanti con Vanda ovviamente continuerà. Abbiamo promesso di portare assistenza alla sua comunità e lo faremo. Vanda è una nostra amica, la sua famiglia è ormai un punto di riferimento per noi in Amazzonia e quello che è successo, in realtà, non è nemmeno qualcosa da giudicare più di tanto.
Il nostro team oggi è in grado di affrontare qualunque shooting in queste condizioni, e anche di peggio volendo. Del resto è allenandosi sotto pressione durante la settimana che poi si rende meglio in partita.
Mi porto a casa del materiale bellissimo. La camera che ho scelto per questo documentario è la Sony FX6, che porterò in mare da ora in poi (ho appena preso anche lo scafandro subacqueo Gates).
Obiettivo di tutto questo sforzo tecnico? Lavorare con National Geographic. È un sogno che ho da tempo e che, piano piano, si sta realizzando.
E se non dovessero scegliere me per lavorare insieme… gli farò la giusta “concorrenza”. 😄

